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Davide Arminio

Libero spazio di idee

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Seduto a questo lume

Seduto a questo lume
con le mani deposte nel cassetto
la notte che si allarga
la sbircio, e mi ricordo –
e ricordare è suono di zampogne,
lugubre lamento di campane a festa.
Fugge la luce della finestra
come questa vita mia inquieta
puntellata di virgole
e spazi bianchi.
Non ritrovo in me che pochi fogli
di appunti sparsi: gli altri li avrò
lasciati a qualcun ch’è venuto.

Suonano.
Non aspetto nessuno.
Vorrei che mi trovassero
col cassetto aperto, nudo
come sono
fabbricando fiori di stoffa
e più non dimandando
prendermi una mano
in dono.

Era già accaduto

l’ambulanza arrivò prima
che la chiamassero.
li trovarono ancora seduti
le ginocchia sotto il tavolo
gli spaghetti cinti alla forchetta.
gli occhi dicevano sconcerto,
sorpresa; non sapevano che
era già accaduto.
quando lo fecero alzare non oppose
resistenza, non gridò – né pianse
quando l’infermiere stese sul tavolo
le carte già scritte:
non disse nulla neanche quando
lo stesero sulla lettiga e quando,
sulla porta, l’uomo in bianco
appoggiò la mano calda
sulla moglie e annunciò
– mi dispiace.

Fuori dal bus

Resta fuori dal bus
la notte,
restano ai finestrini
gli alberi intirizziti
scivolati nel sonno.
Seduti a una galleria
che si muove da sé
di camere e salotti ancora
desti (insonni)
di il cielo accucciato sui tetti…

non sono sicuro di ricordare
dove andiamo –
forse lo sanno i semafori
o i lampioni chini
sulle strade
(sono forme quelle apparizioni
agli angoli sulle strisce?
o memorie vitree
condensate dall’inverno?).

Si spolpa la città
nella campagna:
annegano i campi
bagnati di luna piena
e io non so dove
stiamo andando –
lo chiederò alla prossima
fermata
figlia prematura della strada
e della notte.

Stazione di provincia

Quando la stazione
di provincia subita
si popola per l’arrivo di un treno:
di automobili e valigie,
e zoccolante scalpiccio
che desta i marciapiedi dall’attesa
– tintinnando la campanella –
labbra scrutano i binari,
prima di posarsi sulla guancia
(silenzioso premio a chi primo
avvisterà i fanali lontani);

ecco! – il treno arrestandosi
soffiando sbuffando
come vecchia
signora
sono baci e parole
già andate
e già domani e già poi
e già
ricordi chiusi in valigia
e incontri tra chi scende
e chi sale
altri baci altre parole
e oggi e qui –
poi – attenti le porte – riparte
inghiottendo un po’ della provincia
ogni volta –
– 

restano le ultime auto ronzando
come mosche sul frutto, prima di
restituire la stazione –
al suo tempo –
di pietra.

Fammi appoggiare gli occhi

Fammi appoggiare, ti prego, gli occhi
sulla tua spalla
per misurarti il collo
che le luci prendono e ridanno
a questo tunnel succhiato
dal treno dietro a sé.
Se per sbaglio ti toccassi
con dita d’alluminio
nascondendomi tra le fratte di un
“Mi scusi”
credo certo che ti farei danno.

Non ho presentimento di come
sarebbe affondare il naso tra
i tuoi capelli simulandomi senza
equilibrio alla prossima fermata –
ma so che sarebbe come l’odore del pane
come l’aria della sera di novembre
usciti dall’ultima scala mobile.

Il momento che il treno ci dà
di essere qui, noi due, io e te,
viventi insieme, e pure lontani, io lo calo
per terra con le borse e gli zaini che
si riportano a casa finito il giorno:
lo troverà stanotte un addetto
alle pulizie – stanotte quando noi,
io e te, forse non saremo
seduti allo stesso tavolo un po’ curvato
da luci più fioche di ora,
ma forse davanti a due finestre
diverse, spicchi di città sciolti
nella notte; chiedendoci, noi,
riposti al davanzale, che annuncio
abbia trasmesso per noi il giorno
e che treno abbia guidato, dimentichi
come siamo che quel treno
lo abbiamo abitato per una corsa,
stretti alla stessa maniglia.

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